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Psicologia Sportiva

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PSICOLOGIA SPORTIVA



La leadership


Sin da quando siamo nati abbiamo sperimentato il potere, soggiacendo dapprima completamente ai nostri genitori. Poi, a poco a poco, abbiamo avuto qualche possibilità di trasgressione e, quindi, abbiamo esercitato il potere sugli altri bambini e qualche volta abbiamo litigato per questo. Progressivamente il rapporto di potere, coi nostri famigliari in particolare, e variato e si è evoluto; così come quello coi nostri amici di gioco, coi nostri compagni di scuola e coi nostri colleghi di lavoro o nei rapporti con gli sconosciuti. Evidentemente la storia di ogni individuo nei confronti del potere ha contribuito a formarlo e a plasmarne la personalità. Da questo punto di vista la tendenza alla leadership o ad assumere il ruolo di gregario, trova seguito a come si è risolto il fisiologico conflitto coi genitori, con gli amici di gioco, coi compagni di scuola ecc... Questi rapporti hanno sempre contenuto (per motivi educativi o per motivi di semplice sopraffazione infantile e giovanile) il conflitto tra chi vuole imporre l'indipendenza e chi non la vuole accettare o chi a sua volta vorrebbe anch' egli imporla.
Oltre a questo, il rapporto di dipendenza o di comando è strettamente connaturato alla preistoria e alla storia dell'uomo (alla filo genesi). Per sopravvivere l'uomo ha ben presto iniziato a vivere in associazioni e quindi ha dovuto accettare la dipendenza o, per contro, ha dovuto imporre la sua azione di comando sugli altri. E' il vivere sociale che ha imposto questa regola dipendente a sua volta dalla legge della sopravvivenza. Di conseguenza, e nell'evoluzione dell'uomo che si sono sedimentati e selezionati secondo la legge Darwiniana questi atteggiamenti di dipendenza odi comando, inserendosi anche nei nostri geni. Ed è per questo che il nostro comportamento in riferimento alla dipendenza o all'uso del potere non è del tutto spiegabile razionalmente e nemmeno attraverso la storia che parte dalla nascita di ognuno. L'esercizio del potere è molto, molto più vecchio; fondamentalmente è preistorico.
In riferimento al contesto degli sporti di squadra, la leadership definisce la tipologia della gestione del gruppo.
Leadership è un gergo anglosassone che deriva da to lead = guidare
, che è normalmente preferito alle definizioni di capo o comandante, le quali esprimono una direzione più specificamente di tipo militaresco.
Distinguiamo una leadership come funzione e una leadership come relazione. Mentre la leadership come funzione è circoscritta all'ambito allenatore-squadra, l'altra (leadership come relazione) è estensibile a tutta la società calcistica.
Nei giochi corali la figura di leader come funzione è interpretata dall'allenatore, il quale, per tradizione, s'impone anche come leader delle relazioni. Questa tendenza, a volte, si scontra con la realtà in cui l'autentica leadership della relazione (ricordiamo che questa è una scelta fatta inconsciamente dal gruppo) non corrisponde all'allenatore.
Il leader delle relazioni può essere facilmente un giocatore o più raramente un dirigente. Nel caso in cui l'allenatore non veda e non riconosca il leader delle relazioni, possono facilmente verificarsi motivi di disarmonia nella squadra. E comunque abbastanza frequente che nell'allenatore si riassumano entrambe le leadership ed è certamente la situazione più conveniente. Ciò, tuttavia, non toglie che la leadership della funzione possa convenientemente essere nella figura dell'allenatore e la leadership della relazione sia rappresentata, invece, da un giocatore di grande personalità e, nonostante tale dicotomia, la squadra possa godere di notevole armonia, poiché allenatore e leader, anziché scontrarsi per ogni minimo motivo, cercano di capirsi e rispettarsi per operare insieme.
Come la leadership può affrontare le opposizioni? Essenzialmente attraverso: conflitto, consenso o mediazione diplomatica, ovvero la riproposizione del problema o, degenerando il concetto, la mistificazione dello stesso.
Tipi di leadership di relazione
Tutti gli sport collettivi (calcio, rugby, pallacanestro, pallanuoto, pallamano, pallavolo ecc.) hanno in comune la presenza di leader che, dati i loro tratti ricorrenti, è possibile classificare.
Il leader carismatico. Questo tipo di "abito comportamentale" è frequentemente assunto dagli allenatori. Il leader carismatico si può facilmente identificare poiché è perennemente avvolto da un'aria di mistero, che si dà per rimanere distaccato dagli altri. Egli non si "scopre" mai e, a qualunque domanda gli venga posta, risponde in maniera elusiva, poiché vuole fare ritenere che egli sapeva sin dall'inizio e in ogni momento come le cose sarebbero andate a finire.
Il leader carismatico ha costantemente un atteggiamento intermedio tra quello del filosofo e del santone e l'aria mistica che egli vuole assumere è in realtà il risultato di povertà di idee.
Il leader autoritario è quello che da un momento all'altro si può presentare all'allenamento con un robusto manganello, che non esiterebbe ad adoperare sulle teste e sulle schiene (mai sui piedi se si tratta di calciatori, poiché teme di rovinargli il tocco) dei riottosi.
Scherzi a parte, è quello che utilizza sanzioni e punizioni senza alcun rispetto della personalità degli altri.
Il leader paternalista. Questo individuo ha un rapporto di amore-odio verso i giocatori. Non ammetterà mai di essersi sbagliato e non apprenderà mai qualcosa dai suoi giocatori. Egli crede che l'apprendimento dipenda esclusivamente da lui, ragione per cui egli progredirà al passo di una lumaca pigra nell'aggiornare i suoi concetti: tecnicamente sarà sempre in ritardo coi tempi.
Il leader "lasciar fare". Questo è l'ultimo in ordine storico di apparizione. Il tipo "lasciar fare", come è facilmente intuibile, non influenza il gruppo, il quale, non avendo punti di riferimento, assume facilmente atteggiamenti di estrema libertà. È però interessante notare che, in tali gruppi confusionari e sregolati, le personalità di spicco hanno più possibilità di emergere che non nelle leadership precedenti, in cui tutti i componenti tendono a livellarsi. In tali contesti a conduzione "lasciar fare" regna il disordine e, anche se può sembrare un contro senso, la ricerca di ordine e di organizzazione diviene una forte esigenza; motivo per cui esse vengono ricercate inconsciamente. In questi ambienti caotici si verifica che, seppur raramente, per taluni individui le libere spontaneità e fantasia si collegano al senso situazionale, per dare origine ad una creatività che, seppur bizzarra ed originale, è di grande valore.
È per questo motivo che spesso i giocatori formidabili non si sono formati nelle super organizzate società di vertice. Essi sono più frequentemente cresciuti e divenuti dei talenti in ambienti ritenuti non congeniali o "per le strade".
Il tipo di leader che noi vi proponiamo è il Leader "catalizzatore". Egli si differenzia dai precedenti perché trae la propria autorità dalla naturale accettazione del gruppo, che lo riconosce come necessario per le sue funzioni. La leadership in questo caso non sarà statica ed accentratrice, bensì sarà un sistema di conduzione dinamico e adattivo in grado di favorire la velocità di reazione delle potenzialità dei singoli inseriti nel gruppo. Tale leadership si connette direttamente all'autentico significato di educazione intesa come attivazione creativa delle attitudini personali. Secondo tali principi, si stabiliranno le "leggi", le regole ed i compiti di ciascuno, si determineranno gli scopi e si risolveranno le discrepanze In questo modo favoriremo il costituirsi di un ambiente in cui il senso dell'ordine, dell'organizzazione e dell'interpretazione dei ruoli cresceranno insieme allo spirito creativo.
I campioni
Dal punto di vista della personalità i campioni possono essere suddivisi in due categorie. I campioni egoisti e i campioni che amano il virtuosismo in sé. Il primo prototipo di grande campione dei giochi sportivi spesso deriva da situazioni ambientali e famigliari di sofferenza, di sacrifici. Con tutta probabilità, la vita giovanile di questi campioni è stata caratterizzata da sofferenze ambientali ed emozionali. Si pensi ad esempio alla povertà che ha caratterizzato la vita di qualche personaggio sportivo a noi noto, sacrificio e sofferenza sono rimasti incisi profondamente nella personalità dell'individuo e sono i veri responsabili della determinazione, della combattività e della grande astuzia del giocatore che si esprime in campo. Quindi non è per pura casualità che questi campioni si rivelano essere nel gioco ostinatamente rivolti verso se stessi.
Fondamentalmente questo genere di campione è un grande egoista, che inserito nella squadra, si trova a dover convivere col paradosso di avere il fortissimo impulso di raggiungere i propri fini di gloria mettendo in ombra gli altri, ma al contempo deve servirsi degli altri. Non c'è quindi da meravigliarsi se di frequente i grandi campioni sono poi delle personalità ambigue, che dimostrano di infrangere i principi morali legati alla leale convivenza pur di raggiungere i propri fini. Di conseguenza l'allenatore e coloro che gestiscono la squadra spesso si trovano nella necessità, riconosciamo cinica, o di riuscire a fare coincidere i fini del campione "egoistello" con i fini di gioco della squadra o di allontanare il campione stesso. Ciò è inevitabile poiché lo spirito di competitività necessaria per potere emergere negli sport di squadra spesso si scontra con la collaborazione necessaria al gioco.
Per questo motivo possiamo constatare che gli allenatori tecnicamente evoluti spesso hanno difficoltà quando si trovano alla conduzione di squadre piene di talenti: le aspettative tecniche del gioco collettivo si scontrano con le individualità di alcuni campioni che non accettano di dividere il proprio successo con i compagni e quindi di mettersi al servizio della squadra. Tecnici di questo genere, evidentemente, colgono più facilmente successi con squadre senza campioni, in quanto i giocatori sono più disponibili ad assoggettarsi ad un gioco di squadra. Le delusioni intervengono, per l'appunto come abbiamo appena spiegato, in squadre con campioni e quindi con individui che trovano la loro forza nella propria indipendenza e che quindi non accettano nessun compromesso che possa togliere loro competitività, anche a danno della squadra. "O la squadra è con loro", o questi campioni assumono atteggiamenti (spesso ipocriti) anche contro la propria squadra. Ragione per cui i tecnici quasi sempre si trovano col problema di fare suonare i solisti nella coralità dei lavoro di orchestra. Questa è una questione di fondo, spinosa, che investe emozionalità, senso sociale di squadra e tecnica; inoltre non può mai essere completamente risolta a priori dato che ogni situazione richiede soluzioni "ad hoc".
Inoltre, per lo stesso motivo, i "campioni in erba" hanno difficoltà a maturare e a divenire dei giocatori tatticamente flessibili; anzi, di frequente succede proprio l'opposto: una volta raggiunto un certo livello non migliorano più. Il loro rendimento è stagnante e, una volta che viene a meno la freschezza fisica e tecnica, è destinato a precipitare inesorabilmente. Inoltre, anche tra gli atleti adulti, "quanti giocatori da campioni sono crollati senza gradualità, divenendo nel giro di qualche stagione dei brocchi" e, per contro, "quanti giocatori mediocri, onesti lavoratori, non hanno mai brillato sui parquet o sui campi di gioco, e poi si dimostrano atleti longevi, dato che manifestano una adattabilità tattica che consente loro di evolversi e di invecchiare alla stessa stregua di un buon vino clic migliora ne/tempo!"
Provate a pensare agli episodi della vostra esperienza personale di allenatore in cui avete messo in discussione un campione del genere capriccioso e ditemi se non avete incontrato una "gatta da pelare" che di certo non immaginavate. Oppure, provate a valutare tutte le vicende del vostro sport a livello professionistico in cui un tecnico ha messo in panchina (o in un ruolo non gradito, o posto in ombra in altri modi), un campione di questo genere e ditemi se le contrapposizioni o le liti che ne sono seguite non sono state distruttive. Spesso uno dei due ci ha rimesso il posto in squadra (come tecnico o come giocatore). Con questo genere di campioni, gli allenatori con poche idee e che non si vogliono aggiornare tecnicamente sono senz'altro più adatti, dal momento che per meriti personali non riuscirebbero a creare un gioco ben preciso per la squadra e. quindi, si limitano a lasciare fare ai campioni quello che pare loro. traendone così. indirettamente, prestigio personale.
Di natura completamente diversa sono i
campioni motivati dal virtuosismo. Essi sono solitamente poco condizionati dalle vicende socio-emotive della squadra e della società di appartenenza. La molla affettiva che li spinge a giocare è fondamentalmente l'amore per la palla: è una continua sfida a se stessi di riuscire a far fare alla palla quello che la propria ambizione in termini di tecnica e tattica brama. In questo sta l'interpretazione della loro psicologia di giocatori. La chiave sportiva per stimolarli, quindi, va perseguita attraverso l'obiettivo di dare loro delle soddisfazioni di gioco. Questi sono i fuoriclasse outsider i quali, dato che non sono mossi dal desiderio preminente della gloria, dei guadagni e dell'ambizione delle alte categorie, di frequente non raggiungono i massimi livelli del professionismo, dal momento che spesso occorrerebbe assoggettarsi a compromessi e a sacrifici che non sono per loro così fondamentali nella scala dei propri valori. Essi fondamentalmente hanno una idea fissa: "domare" la palla.


COMUNICAZIONE ALLENATORE * ATLETA
Gian Paolo MONTALI
Generalmente gli allenatori concentrano la loro attenzione e i loro sforzi alla ricerca di nuove metodologie di allenamento e schemi di gioco sempre più sofisticati che consentano di avere alla propria squadra quel qualcosa in più che la faccia prevalere sugli avversari.A mio modo di vedere, qualsiasi allenatore è sufficientemente esperto in questo campo, mentre rimangono molte cose da scoprire nel settore della comunicazione tra l'allenatore e l'atleta.Proprio gli aspetti psicologici del rapporto comunicativo tra l'allenatore e atleta e la capacità di trasmettere una motivazione al successo sufficientemente forte possono fare di un buon allenatore un ottimo allenatore. Indubbiamente alcuni hanno un "
talento motivale" che consente loro di comunicare in modo positivo con gli altri, e sono in grado di farsi capire e ottenere quanto desiderato senza particolare difficoltà. Ma non sempre avviene così, allora bisogna riflettere sui meccanismi della comunicazione.Quando qualcuno riferisce che un particolare film è divertente o che una persona è di bell'aspetto noi non stiamo facendo un commento sul film o sulla persona, ma sull'effetto che essi hanno avuto su di noi: in breve è la nostra reazione al film o alla persona che viene comunicata.Poichè il contenuto di tutte le comunicazioni è costruito all'interno di una persona, la sua individualità, i suoi bisogni, le sue esperienze, la sua acutezza incideranno pertanto su ciò che comunica.Un messaggio pertanto non è mai neutro, è sempre filtrato dalla personalità di chi lo emette. Allo stesso modo chi lo riceve lo integrerà con la propria personalità e quello che per una persona è divertente può essere noioso per un'altra.Come possiamo essere sicuri che ciò che abbiamo comunicato è stato realmente compreso?Per assicurarci di ciò dobbiamo ottenere dall'atleta particolari informazioni sul fatto che quello che vogliamo dire e quello che la persona ha capito sono la stessa cosa.A questo punto la capacità dell'allenatore consiste nel riuscire a "leggere" particolari segnali che l'atleta ci manderà al momento della dimostrazione di ciò che gli abbiamo comunicato.Vi è un modo importante per fare questo, e avviene già nel momento in cui noi stiamo comunicando con l'atleta: per esempio dobbiamo fare molta attenzione alla gestualità dell'atleta, osservare l'espressione del viso, degli occhi, delle spalle e altre azioni non verbali, aggrottamento delle ciglia, sguardo vuoto, assente.Non è sempre efficace chiedere all'atleta se capisce o dire "comprendi?".Questi punti lo spingono a dire SI' anche se non capisce quello che intendete dire: colui che si sente insicuro o timoroso farà spesso di cenni di assenso e dirà che capisce per evitare un certo imbarazzo.E' più facile chiedere all'atleta cosa ha capito o cosa pensa di dover fare. In questo modo facendo spiegare all'atleta ciò che ha capito del vostro messaggio avete l'opportunità di correggere qualsiasi incomprensione prima che questa crei dei problemi.Potrete ottenere anche meno distorsione nella risposta dicendogli che state controllando la vostra abilità di comunicare.Oppure dicendogli: "Voglio essere sicuro di essere chiaro e di averti fatto capire quello che intendo dire".Questo tipo di lavoro psicologico spartisce la responsabilità di una comunicazione accurata tra voi e l'atleta e generalmente qualsiasi incomprensione. Incomprensioni capiteranno anche quando si comunica nel migliore dei modi.L'errore più comune che un allenatore possa commettere nel rapporto con un atleta è quello di assumere un atteggiamento di biasimo.L'incomprensione abbinata al biasimo implica una grave mancanza dell'allenatore in quanto la comunicazione coinvolge non solo chi riceve il messaggio ma anche chi lo invia.Tutto questo porta alla necessità di individuare un unico nucleo squadra composto da giocatori e allenatore. L'allenatore vince e perde insieme alla squadra: non capisco l'atteggiamento di allenatori che indicano come causa di una sconfitta la scarsa concentrazione dei giocatori, la loro negligenza in campo, la loro incapacità di fare determinate cose in campo, ecc...Perchè se tutto questo avviene i primi responsabili siamo noi allenatori.Quindi soprattutto in questi momenti particolari non colpevolizziamo l'atleta estraniandoci dalla mischia ma dividiamo con gli atleti errori, delusioni e incomprensioni.Questo creerà un atmosfera di cooperazione tra voi e i vostri atleti.



L'APPROCCIO PSICOLOGICO ALLA GARA
L'attesa della prima partita della giornata o proprio dell'incontro successivo è sovente causa di grande stress psichico che crea stati d'ansia di difficile soluzione.Come in ogni fase della gara, anche nel pre-gara il segreto è concentrarsi il più possibile sul presente, su ciò che occorre fare, attimo per attimo, per arrivare al meglio della condizione all'incontro da disputare.Se in ogni azione di gara il gioco senza palla è determinante per il successo dei nostri colpi, altrettanto l'approccio psicologico è fondamentale per la vittoria finale.Così come nel gioco ci prepariamo a fronteggiare tutte le situazioni che potrebbero manifestarsi con maggiore probabilità, allo stesso modo nel pre-gara occorre studiare un piano che rispetti quanto statisticamente ha più valore.Lo stress psicologico, al pari di quello fisico, va superato o perlomeno arginato col riposo, una corretta alimentazione, l'allenamento specifico, lo studio tattico ed un corretto riscaldamento che tutti insieme, come in ogni gioco di squadra, ci garantiranno quale risultato finale non solo la somma dei singoli valori, bensì il prodotto delle loro relazioni.
Prepariamoci al meglio
Concentrarsi sul presente è il modo migliore per combattere l'ansia da prestazione o gli effetti collaterali negativi che ogni ricordo sofferto ci procura.Tutto il tempo che separa gli atleti dal successivo fischio d'inizio deve essere programmato accuratamente ed utilizzato appieno. Lo stato di lieve offuscamento mentale che l'organismo genera come autodifesa allo stress psico-fisico deve essere combattuto in modo sistematico con la consapevolezza che rispetteremo ogni singola fase di preparazione all'incontro.
Il riposo
Il riposo per primo influisce sull'attenzione che sapremo destinare successivamente allo studio ed alla gestione della nostra partita. Il cervello brucia zuccheri come tutto il nostro corpo ed ha bisogno che l'organismo rigeneri le sue scorte e le prepari all'uso per essere efficiente. Inoltre lo stress psico-fisico impedisce che gli schemi motori più complessi possano essere attuati, facendo perdere quella sicurezza che alla fine premia sempre gli stessi. Il riposo è comunque la migliore distrazione dallo stress delle gare.
L'alimentazione
Una corretta alimentazione ed un reintegro di tutte le scorte vitali per la nostra prestazione sono basilari per attuare con successo i compiti che ci preme svolgere. Il doping si inserisce malignamente in questa dinamica, scalzando prepotentemente la naturale strutturazione dei vari processi psico-fisici. Ma proprio a partire dal successo del doping, dobbiamo fare nostra quella lezione su quanto l'alimentazione, pur senza dover degenerare nell'illecito sportivo, possa sostenere anche psicologicamente il nostro gioco.
L'allenamento specifico
L'allenamento specifico al superamento di situazioni di stress, sia fisico che psichico, agisce favorevolmente sulla nostra tranquillità dinanzi a gare dal risultato incerto.L'allenamento a raggiungere obiettivi tecnici di rilievo ed a superare difficoltà propedeutiche al gioco, va studiato apposta per rinforzare la nostra determinazione presente. Questa preparazione si rivela un grande alleato insieme ai ricordi positivi di ogni gara vinta compiendo una piccola impresa sportiva. Sapere di aver già superato situazioni complesse, operando difficili rimonte o vincendo diverse azioni consecutive, ci sprona a non demordere e a non cadere nella trappola dell'incertezza e della perdita di stima in se stessi o nel compagno.
Lo studio tattico
Studiare il piano di gara è senz'altro il modo migliore per essere davvero presenti e per prepararsi tatticamente all'incontro. Un semplice foglio con delle indicazioni di massima ed alcune scelte da operare a priori, spinge i giocatori a guardare gli avversari nella giusta ottica ed a prepararsi adeguatamente alle strategie, almeno sulla carta, migliori. Il piano gara deve essere preparato accuratamente e deve avvalersi di tutte le informazioni che di volta in volta andiamo archiviando sul nostro gioco e quello dei diversi avversari.
Il riscaldamento
Il riscaldamento pre-gara è l'occasione per ripassare mentalmente i nostri piani e per effettuare al meglio l'ingresso nel match. Questo backstage ha un immenso valore di gestione del lavoro svolto nel pre-gara ed è il momento conclusivo della preparazione tecnica, tattica, fisica e psicologica all'incontro.



LA GESTIONE DEL GRUPPO
Dott. Giovanni Lamanna

Mai come in questi tempi ci si è resi conto di quanto sia importante la Psicologia applicata a tutte le attività esercitate dall'uomo. Questo articolo vuole essere il mio piccolo contributo per l'introduzione di questa disciplina nella pallavolo, alla luce delle mie personali esperienze. Nella gestione del gruppo è importante tenere sempre presenti tre aspetti:

LE REGOLE

Ogni attività di gruppo umana è necessariamente governata da regole che possono essere esplicite o implicite. Quando si prende in gestione una squadra è molto importante cercare di capire a quali consuetudini è legato il gruppo, quali di queste possono essere mantenute e quali devono essere eliminate o modificate. Ogni allenatore deve comunicare in modo chiaro quali sono le sue aspettative di comportamento su tutti gli aspetti dell'allenamento e della partita (ad esempio l'orario di arrivo in palestra, i momenti in cui poter scambiare qualche parola e quelli in cui occorre lavorare in silenzio, portarsi o meno una riserva d'acqua per accorciare le pause, tenere gli scout delle compagne, rimanere a scaldarsi in piedi piuttosto che stare sedute in panchina, etc. etc. ). Se da una parte è quindi indispensabile mettere delle regole generali, è anche vero che una loro applicazione troppo rigida va a scontrarsi con le esigenze dei singoli atleti (soprattutto nelle squadre non professionistiche). Bisogna rendersi disponibili al dialogo e cercare sempre la soluzione ai problemi, scegliendo il compromesso migliore tra le esigenze della squadra e quelle dell'atleta.


LO STILE DI GESTIONE

Secondo la mia esperienza, lo stile di gestione della squadra deve essere mantenuto costante durante tutta la stagione, sforzandosi di non farsi influenzare dai risultati e dalle questioni non prettamente sportive. La fiducia del gruppo la si ottiene mostrando competenza tecnica e tattica, capacità di insegnamento e capacità di gestire il rapporto umano, sia con le giocatrici, che con l'intero gruppo. E' molto importante capire chi all'interno del gruppo è considerato "opinion leader" perché confrontandosi con questo atleta (la cui opinione è in grado di influenzare quella di tutta la squadra) si potrà capire l'umore generale e adattare la gestione di conseguenza. Un concetto importante da far capire al gruppo di atleti è il "paradosso della panchina". In teoria, la formazione che scende in campo dall'inizio dei set dovrebbe essere quella con le giocatrici più forti o più adatte al tipo di gioco che si vuole fare. Non sempre però il sestetto funziona e a questo punto devono entrare le "riserve". Chi parte in panchina entra in una fase di gioco spesso critica, in cui gli è richiesta una prestazione migliore di quella che ha fornito il giocatore titolare e quindi di grandissima responsabilità. Le riserve devono comprendere che quando saranno chiamate in causa, dovranno farsi trovare pronte e determinate perché dal loro rendimento, dipenderà l'esito dell'incontro.


LE RESPONSABILITA'

Ogni allenatore che si rispetti deve essere capace di prendersi le proprie responsabilità riguardo le sue scelte tecniche, tattiche e di gestione del gruppo. Le principali responsabilità riguardano l'insegnamento tecnico, l'allenamento dei fondamentali e delle fasi di gioco di cui la squadra ha più necessità e la gestione della partita. Un atleta non può scaricare le proprie responsabilità sull'allenatore per un fondamentale male eseguito (quando questo sia regolarmente allenato). Un coach non può pretendere che i suoi atleti improvvisino con efficacia gesti tecnici o situazioni di gioco che non siano state adeguatamente provate in allenamento. Cerchiamo quindi di responsabilizzare ogni atleta a seconda delle sue possibilità e di non assegnargli compiti che non è in grado di eseguire.


ALTRI ASPETTI DELLA GESTIONE DEL GRUPPO

Un elemento fondamentale nella prestazione sportiva (soprattutto a livelli non professionistici) è la motivazione. Secondo me, la motivazione è slegata dalle capacità tecniche e dalle qualità fisiche dell'atleta. Generalmente la motivazione è generata dallo spirito di competizione verso se stesso, verso i compagni di squadra e verso l'avversario. Gli atleti che imparano meglio e più velocemente sono di solito quelli che cercano di superare i propri limiti spendendo tutte le energie nella ricerca di prestazioni al limite delle proprie capacità. Questo genere di atleti è molto importante perché di solito traina verso l'alto il livello di agonismo sia nell'allenamento che nella gara. I giocatori che sentono molto lo spirito di competizione con i compagni sono positivi per la squadra a patto che non venga mai meno il rispetto per gli altri componenti del gruppo. Le energie del collettivo devono infatti essere indirizzate verso la gara: è in quel momento che ogni giocatore deve fornire la sua miglior prestazione e deve poter riporre la propria fiducia nei compagni in campo. Anche gli atteggiamenti generali che l'allenatore trasferisce alla squadra sono molto importanti: un atteggiamento che consideri le aspettative positive sull'andamento della stagione, già nella fase di formazione del gruppo e della preparazione iniziale, aiuta senz'altro a propagare l'ottimismo e la fiducia in se stessi e nella squadra. Un atteggiamento negativo, invece, porta il gruppo a "giustificare" le proprie prestazioni negative e a scaricare le proprie responsabilità. Durante la gara è importante immedesimarsi nelle proprie atlete e cercare di capire quale sarà il loro atteggiamento durante le azioni di gioco: capire in anticipo lo stato d'animo delle giocatrici in campo può permetterci di fare il cambio giusto al momento giusto, magari inserendo una riserva molto motivata e grintosa. Dato che molte partite si vincono con il carattere più che con la tecnica e la tattica, questo è un aspetto della gestione della squadra che non va sottovalutato. Per quanto riguarda la gestione dei tempi, è molto importante avere sempre la situazione sotto controllo e non farsi vincere dalle emozioni negative durante lo svolgimento della gara. Nei momenti critici infatti le giocatrici in campo possono aver bisogno sia di indicazioni tecnico/tattiche che di incitamento. A volte può servire alzare un po' il tono di voce, ma questo atteggiamento non sempre aiuta e a volte su certe atlete ha l'effetto contrario. Anche i tempi chiamati dalla squadra avversaria devono servire per caricare le proprie ragazze e magari diversificare gli obiettivi di gioco.


COMPORTAMENTI ANOMALI

Nella mia esperienza di allenatore ho riscontrato alcuni comportamenti delle atlete che vorrei qui analizzare. Alcune giocatrici tendono a formare coppie fisse sia per quanto riguarda l'esecuzione degli esercizi a due, sia per quanto riguarda il riscaldamento prepartita. Questo atteggiamento ha due aspetti negativi che a mio parere vanno corretti: il primo è costituito dal fatto che le atlete in questione tendono ad agevolarsi a vicenda rendendo più facile l'esercizio e privandolo in questo modo del suo effetto allenante; il secondo invece nasce dalla considerazione che un atleta deve confrontarsi con più compagni per allenarsi alla diversità dei colpi e delle tecniche. Quando si insegnano nuove tecniche e/o situazioni di gioco, alcune giocatrici si trovano in difficoltà e reagiscono con un rifiuto (rivelando una bassa autostima di sé e delle proprie capacità). Una buona tecnica per riuscire a sbloccare questi atleti è quella di spiegargli che gli insuccessi iniziali sono una fase assolutamente normale dell'apprendimento e solo col tempo, dopo molte prove e tanto impegno si avranno risultati e soddisfazioni personali. Sollevare l'atleta dallo stress da prestazione gli permetterà di lavorare in tutta tranquillità e in vista di un obiettivo lontano ma raggiungibile. Un argomento molto interessante è il rifiuto dell'errore da parte degli atleti. Molti atleti, quando commettono un errore, cercano di scaricare le proprie responsabilità (sui compagni, sull'allenatore,sugli arbitri, etc..). E' invece importante che, chi sbaglia, si renda conto dei motivi del suo errore e cerchi di correggersi sin dall'azione successiva.




IL PROCESSO DI APPRENDIMENTO NEGLI ALLENATORI
Dott. Giovanni Lamanna

IMPARIAMO A IMPARARE
Il processo di apprendimento (d'ora in poi PDA) è costituito da tutte le esperienze che una persona vive e dalla loro rielaborazione a posteriori. Questo processo fa si che si codifichino e schematizzino una serie di situazioni a cui corrisponderanno in seguito una serie di comportamenti, risposte e reazioni.
La grande maggioranza degli allenatori ha avuto un passato da giocatore. I modi di insegnare e gestire il gruppo allora appresi, vengono trasferiti a questa nuova esperienza e applicati alle squadre prese in affidamento. Uno degli errori più diffusi, soprattutto all'inizio della carriera di allenatore, è quella di trasferire in modo automatico esercizi, tattiche e modi di gestire la squadra in modo acritico e senza una adeguata rielaborazione. Bisogna considerare che ogni squadra ha delle sue peculiari caratteristiche che la rendono unica; strategie e metodi utilizzati in altri contesti possono non essere applicabili, a causa di differenze fisiche e tecniche. Un buon metodo può essere quello di cercare esercizi (eventualmente di squadre di livello superiore) che possano adattarsi al gruppo che stiamo allenando, apportando modifiche che rendano accettabile il livello di difficoltà (da mantenersi sempre sostenibile).
Il PDA è favorito molto in quegli allenatori che grazie ad una adeguata, ma ancora poco diffusa, capacità di mettersi in discussione, riescono a superare i meccanismi psicologici di difesa. Questi sono procedimenti psicologici di natura solitamente inconscia cui l'individuo ricorre per proteggersi da ansia, conflitti emotivi, stress psicofisici e fattori ambientali. Il frequente ricorso a questi meccanismi impedisce un adeguato contatto con la realtà e blocca il PDA.
Capire perché una partita è stata persa o perché un atleta non rende come dovrebbe, può dipendere dal superamento di questi meccanismi di difesa. Chi non ammette di commettere errori, si rifiuta di analizzarli, riconoscerli e correggerli perché più preoccupato di giustificare le proprie scelte. Scaricare le proprie responsabilità è un atteggiamento autobloccante. Sarà difficile pretendere che gli atleti imparino a correggersi accettando le indicazioni e i suggerimenti dell'allenatore, quando egli stesso offre loro un modello che rifiuta l'errore invece di affrontarlo.
Un atteggiamento aperto invece è utile per diversi aspetti tra i quali: l'analisi della partita; l'analisi delle proprie capacità e lacune; il rapporto con i singoli atleti e la squadra.
L'atteggiamento di apertura non deve però portare l'allenatore a considerarsi unico responsabile dei fallimenti della squadra e/o dei singoli giocatori. Egli deve esclusivamente essere "possibilista" e cercare di capire i motivi che stanno dietro a ogni sconfitta (o agli altri problemi della squadra), riuscendo così a trasformare un episodio negativo in preziosa esperienza.
Un altro punto importante per il PDA è il confronto. A tutti noi è capitato di discutere con altri "addetti ai lavori" di vari argomenti e di trovarsi in disaccordo. In queste occasioni, è importante calarsi nei panni del nostro interlocutore e cercare di capire le ragioni delle sue divergenze. A monte di visioni contrastanti su uno stesso argomento possono esserci tantissimi motivi come ad esempio un punto di osservazione diverso e/o l'abitudine a lavorare con una diversa tipologia di atleti. La cosa importante è che dal confronto si possano trarre nuovi spunti per migliorare il lavoro in palestra e aprirsi nuovi "orizzonti" di mentalità.
L'applicazione di questi accorgimenti non solo dovrebbe migliorare le nostre capacità cognitive ed il nostro PDA, ma dovrebbe anche renderli più veloci, facendoci accumulare più esperienza nello stesso arco di tempo.




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